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sabato, marzo 31, 2007
Alle volte il "cogli l'attimo" centra dritto lo sguardo di una telecamera collegata al cuore per uno spettacolo d'affetto non previsto tra due piccole buffe creature ospiti dell'Acquario di Vancouver: una dolcezza istintiva offerta da due lontre che, dormendo placide nell'acqua, si tengono ..."per mano": la pausa di una fauna da noi tanto offesa ma ancora in vena di regalarci grandi magie.
319 alle 18:02
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lunedì, marzo 26, 2007
In effetti era da tempo che mi chiedevo che fine avesse mai fatto quella bandiera della pace. Era un anno che non la vedevo più, fatta eccezione per una sua tiepida comparsa durante il corteo di protesta contro la base di Vicenza. Oggi alla Sapienza di Roma è rispuntata in tutto il suo vigore e accompagnata dai suoi soliti slogan forti e senza mezzi termini, solo che non era sventolata contro il muso di Berlusconi o contro la bandiera americana, israeliana o italiana, com'era suo solito, ma sotto il naso sorpreso e imbufalito proprio del leader che l'ha più pubblicizzata e che ha perfino, solo qualche mese fa, rimpianto di non poterla sventolare a Vicenza a causa del suo "incarico istituzionale".
"Assassino, guerrafondaio, buffone, vergogna vergogna", "Bertinotti: un impegno concreto contro la guerra, spillette della pace per tutti", "8 marzo, la Camera vota la guerra in Afghanistan: giorno inFausto". Al di là delle risposte del destinatario, tutte caratterizzate dal suo proverbiale tono pacato esclusa la comprensibile perdita di pazienza di un "Buffone sarai tu! chiedimi scusa!", la spiegazione che la politica non sia un pranzo di gala o che vi sia un'ala estrema che contesta la politica, come anche il tentativo di minimizzare l'evento purtroppo non reggono.
Non reggono perché le contestazioni ormai da un anno sono troppe e disseminate su un'ampia gamma di ministri e onorevoli che offendono a turno questo o quell'esponente del proprio stesso governo, e per favore non ci si trinceri dietro la spiegazione che tale è la democrazia e che certi dissapori se sono di destra sono disunioni all'interno della coalizione ma sono di sinistra diventano per magia il cuore di un dibattito seeeeeerio, come dice Prodi fino allo sfinimento.
Non reggono perché, tanto per citarne una, una svampita Franca Rame, madre di tutte le più sboccate contestazioni di piazza e fedelissima al braccio del suo altrettanto militante famoso marito, prima contesta e poi a testa china vota contro ciò per cui ha manifestato appena l'ora precedente; e non reggono perché non si può avere un ideale, portarlo avanti con fierezza, raccogliere consensi tra i giovani, illuderli che gli slogan urlati dietro quella bandiera sono sorretti da un credo forte e convinto quale quello per cui da anni la si sventola, e poi, a giochi fatti e a urne sigillate, svendere tutto in nome di una bella poltrona e di un bel posto di potere. Se fossi stata tra quei migliaia della piazza avrei la stessa amarezza di chi mi scuote, mi convince, mi arma delle parole più giuste e degli slogan più ad effetto, e poi fa l'esatto opposto di ciò che mi aspettavo.
Dura da tanto e sarebbe visibile anche al più cieco del militante più fedele. Da quest'altro versante, con una comprensione non finta per i tanti ideali traditi e diffamati in questi mesi da finanziarie ingiuste e da norme liberalizzanti che sanno di reali prese per i fondelli contro tanta tanta gente, non posso che guardare e sperare che almeno a qualcuno torni in mente che prima dei giochi di potere esistono le idee e le convinzioni. Giuste o sbagliate da questo o quel punto di vista, non sono le poltrone e il potere ostinato ma le idee più coriacee, da quelle più ridicolizzate a quelle più osteggiate, a cambiare il mondo. Lo era ieri e lo sarà sempre.
Preferisco mille volte quei ragazzi rissosi e coerenti di cui non condivido nient'altro che la loro stessa ostinazione pur rivolta verso mete opposte, che le passeggiate ridicole dei loro leader in corteo pronti poi a sedersi al Parlamento e pensare solo a salvarsi il posto. Se solo anche tanti altri lo capissero, perfino io comincerei a guardare quella bandiera arcobaleno non come uno strumento agitato a seconda delle convenienze, ma come qualcosa che racconta un'opinione che ha senso sempre, nel bello e nel cattivo tempo.
319 alle 23:05
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giovedì, marzo 22, 2007
«Quanto pesano i morti? Non è cinismo allo stato puro, è solo una domanda legittima dopo la liberazione dell’inviato de La Repubblica, Daniele Mastrogiacomo. Rispetto le sue paure e la sua ovvia gioia per la liberazione. Ma dietro al successo c’è una tragedia. Abbiamo pianto una lunga fila di bare, fino a ieri, per una causa decisamente poco nobile - per il comune pensare di una certa sinistra - come la guerra al terrorismo; oggi c’è il corpo decapitato di un povero afghano caduto per una causa poco nobile - per il comune pensare dei talebani - come guidare un fuoristrada pagato da un reporter italiano. E c’è l’ansia per un altro afghano, l’interprete, che nessuno sa che fine farà. Morti senza peso. Come non pesò, allora, per molti il cadavere di Quattrocchi, un eroe da piangere per metà del Paese, un fascista mercenario da disprezzare per l’altra.
Mi sono commosso, come tutti i padri, vedendo in tivù la corsa pazza della figlia di Mastrogiacomo che terminava in un abbraccio liberatorio al collo del padre. Ho ripensato alla scena senza gioia del ritorno della Sgrena ferita aggrappata al collo di un nostro agente segreto, che aveva contribuito a salvarla, e che il nostro Stato poco dopo ha messo al gabbio. Non c’era allegria, allora. Solo lacrime. Su un altro aereo viaggiava la bara di Calipari, un martire del quale a molti non fregava nulla se non usarlo come una clava contro Bush e gli Stati Uniti. Anche l’altra sera, a Ciampino, aleggiava un fantasma. Ma era quello dell’autista afghano decapitato, a chi può importare. Meno ancora che quella sventurata di sua moglie abbia per il dolore perso il bambino che insieme aspettavano. Morti che la sinistra italiana sventola come bandiere arcobaleno nei cortei, ma che quando muoiono sul serio s’agitano nel deserto del disinteresse come foglie secche trasportate dal vento.
Stupisce sicuramente meno - lo si dava per scontato - che nella vasta geografia politica che va dai cattocomunisti alla Prodi fino ai comunisti-e-basta alla Diliberto che nessuno si sia chiesto quale danno politico abbia potuto creare nei delicati equilibri internazionali il «prezzo» pagato dal nostro governo per la sacrosanta liberazione di Mastrogiacomo. Non scandalizzano i milioni di euro che possono essere passati dalla Farnesina all’Afghanistan, mai troppi per una vita umana. Ma quei terroristi riconsegnati ai talebani e ad Al Qaida puzzano ben più dei soldi. Sono un colpo di pugnale sul delicato filo che lega i Paesi occidentali impegnati a far pulizia intorno a Kabul.
D’Alema è uomo politicamente interessante. Ma non è che se una sera porta Condoleezza Rice a cena all’Aquarelle, raffinato ristorante di Washington, e la convince a pensarla come lui. Lo può far credere ai giornalisti italiani, che lo esaltano come fosse uno statista. Ma egli è il primo a sapere che così non è. E, infatti, dopo essersi preso ventiquattro ore per analizzare lo svolgersi degli avvenimenti e le loro dirette conseguenze, il Dipartimento di Stato americano ci ha duramente criticato - con toni aspri che non hanno precedenti nei rapporti diplomatici tra i due Paesi - per come il governo Prodi e la Farnesina hanno gestito il caso Mastrogiacomo [...sdegnosamente rifiutando i canali ufficiali; critiche, aggiungo io, che vanno ad unirsi alle già chiare lamentele di Blair, dell'Olanda, della Merkel e di Reporters Sans Frontières, in un durissimo e chiarificatore articolo sui fondati timori legati alla sorte di tanti altri giornalisti, ignorato dalla stampa italiana; e ciò perché non si pensi che il disappunto sia stato espresso, come titolano molti dei nostri giornali solo dal duo Bush-Blair, derubricando il problema al solito capriccio anglofono...].
C’era da aspettarselo. Washington ha mal sopportato e mai condiviso le nostre valigie di euro portate a Bagdad per liberare le due Simone o la Sgrena, giudicando impensabile una trattativa economica con il nemico. Ma lo scambio di terroristi è inaccettabile per gli Usa, che già a fatica fingono di sopportare un esercito alleato che si presenta con i fiori dentro i cannoni e se ne sta in disparte lasciando agli altri il «lavoro sporco» della caccia ai banditi. E ancor meno sopportano che un governo come il nostro, più infedele di Gad Lerner, deleghi la liberazione di Mastrogiacomo non agli apparati istituzionali dello Stato bensì a un bravo medico che tuttavia da anni accusa sempre e solo l’America di tutte le nefandezze possibili.»
Arturo Parisi da due giorni non apre bocca. Almeno in pubblico. Le sue riserve sulla linea del governo in Afghanistan sono aumentate. E’ convinto che l’ipocrisia non paga. E quanto è avvenuto nella vicenda del rapimento di Mastrogiacomo lo ha rafforzato nei suoi convincimenti. Pensa che lo scambio di prigionieri abbia legittimato i talebani. Che aver accettato la trattativa, mentre gli altri governi della Nato l’hanno sempre rifiutata, ha reso tutti i cittadini italiani un bersaglio prioritario per i signori della guerra di Kabul. Ed è’ rimasto di sasso di fronte alla proposta di una conferenza di pace con la presenza dei talebani proprio mentre è in atto un’offensiva militare contro di loro.
Prodi e D’Alema criticano la politica estera di Bush (così come sorridevano ironicamente di quella di Berlusconi) e, poi, con una mossa da sciagurati dilettanti permettono la liberazione di cinque terroristi, mettono in grave difficoltà il già debole governo afghano facendo inferocire il proprio popolo e danno uno strappo irrimediabile ai rapporti con gli Usa. E questo lo chiamano un successo.»
Sull'intera faccenda la parola definitiva l'ha detta l'ex direttore dell'Unità Peppino Caldarola, al quale questo blog una volta tanto è lieto di associarsi: "Smettiamola con questa politica estera della piccola potenza della minchia...."
tratto da due articoli de La Stampa e Il Giornale
319 alle 17:37
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mercoledì, marzo 07, 2007
Poi, stufa e stanca delle settimane di compressione continua ripiegata su libri e lezioni e riunioni ed appunti che mi mangiano gli occhi dalle 7 del mattino alle 7 della sera, torno a casa trovando le luci accese, il frastuono delle chiacchiere di un marito e una moglie dai capelli bianchi che hanno ancora qualcosa da dirsi sorridendo, il profumo della cena pronta, la mia stanza col letto rifatto e ordinato, il piccoletto con la coda che mi aspetta dopo aver fatto per tutto il giorno compagnia a quelle risate rauche e giovani insieme.
E la sensazione che le favole a volte non siano solo fantasie stampate sui libri per bambini ma piuttosto piccoli momenti reali rubati alla vita da occhi attenti al particolare, diventa grande e bella perché quel momento raro, in quel caos di parole pompose e di riunioni snervanti tra estranei, si è stati così bravi da riuscire a coglierlo malgrado la stanchezza.
E pazienza se irrompe la malinconia che le favole hanno un tempo definito e breve e che già dopo pochi anni, pagina dopo pagina, si arriva alla fine del libro che viene riposto per sempre in un cassetto buono a conservare i ricordi. Pazienza se ciò che scivola via è poi ancora così capace, grandi come siamo e immersi nella frenesia di una giornata che dovrebbe esser composta da 40 ore con 20 di pace assoluta per contenerci tutto ciò che c'è da fare, di coccolarci con la dolcezza del suono di un lago fino a rallentare i nostri ritmi dando quasi la sensazione che quelle 20 ore inizino da quell'esatto momento..
W.B. Yeats: «Ho sentito i vecchi dire: ...tutto ciò che è bello scivola via. Come l'acqua».
319 alle 19:40
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