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venerdì, marzo 31, 2006
"L'alunno B. ritorna in aula con 10 minuti di ritardo entrando dalla finestra".
Tra le perle lasciate, fin qui, sul registro di classe nella mia ancor breve carriera dietro la cattedra, sicuramente annovero questa: l'entrata dalla finestra. E chi se la scorda. Ad essa, per logica, segue anche un'uscita altrettanto anomala e originale, stavolta non di un singolo ma della moltitudine: "Al suono dell'ultima campanella, gli alunni scalpitano verso la porta e vi si accalcano rimanendo incastrati". A cui, per nuova logica, segue e completa quella che rileva anomalie sul resto delle suppellettili dell'aula: "Si rilevano impronte di scarponi sul soffitto. Ignoti i tempi, le tecniche e le modalità con cui essi sono stati lanciati".
Non è affatto spirito goliardico immaginato o letto in uno di quei libretti a 10 euro che parlano della scuola e delle sue pagine più esilaranti e improbabili, ma pura realtà che grava quotidianamente come una mannaia sulla testa degli insegnanti. Specie dei Tecnici e Professionali, che vantano la presenza delle menti più geniali e, diciamolo, umanamente anche tanto più sveglie e simpatiche. La "meglio gioventù". Del resto quest'anno che sono nei Licei e tra alunni di molto più calmi e ingessati di quelli a cui mi sono sempre dedicata (e che mi mancano..), di "firme in calce" in fondo al registro ne ho registrata solo una: l'acuto di un alunno avvertibile nettamente come suo fin da due piani più giù distanti dall'aula.
Se ci fosse una rete di comunicazione tale da registrare tutte quelle annotazioni che riempiono i registri di migliaia di scuole italiane in tempo reale, penso che si farebbe non poca fatica a credere alla fantasia dei nostri scalpitanti studenti. A cadere dalle nuvole sarebbero, soprattutto, gli ignari genitori..
Un originale blogger di Padova ha pensato però di ovviare alla mancanza di quegli indispensabili canali di comunicazione che hanno impedito ad esempio al mio esimio vetusto collega, l'anno scorso, di denunciare con aria afflitta e rassegnata di fine carriera che "l'alunno C. scambia[va] l'ora di Matematica per l'ora di colazione". Perché di banchetti, l'anno scorso, tra i banchi se ne facevano tanti e di continuo. Quest'anno le sue note disperate e senza soluzione, segnalate a più non posso con l'intima certezza di infilarle ogni giorno in un pozzo senza fondo, troverebbero perlomeno un pubblico di sostenitori pensionandi, nonché un altrettanto numeroso pubblico di terrorizzati neofiti del mestiere al primo anno di docenza, in quel sito che tanto impazza da qualche settimana sulla Rete e che ha già registrato più di 280 mila click in poco più di un mese. 280 MILA.
Presenti autentiche perle auliche ("M. tenta di ciclopizzare l'occhio docenziale"), sottilmente ironiche ("L'alunno C. dopo la consegna del pagellino da far firmare ai genitori riconsegna il pagellino firmato 2 minuti dopo. Sospetto che la firma non sia autentica"), astratte ("La classe non è in classe"), geografiche e fantaletterarie ("La studentessa M., ripetutamente stuzzicata da S. e T., risponde con un linguaggio degno delle più fumose taverne del porto di Genova") per segnalare piccoli sipari di teatro surreale ("L'alunno giustifica l'assenza del giorno precedente scrivendo 'credevo fosse domenica'"), fotografico ("L'alunno P. alla richiesta del docente di vedere i genitori, replica: 'Le porto una foto'"), rivoluzionario ("La classe si rifiuta di fare lezione e si autonomina soviet supremo") e masochistico-autolesionista ("B. si picchia da solo durante l'ora di religione e cerca di incolpare G. per le menomazioni subite"). Sottintesa, infine, la perla suprema ritratta nella foto che correda questo post..
Sono tanti quei 280 mila click. Segno forse che quella specie di geniale e spensierata goliardia dei nostri ragazzi non muore affatto a dispetto dei tempi cupi; e segno, ci scommetto, che anche noi dietro la faticosa barricata accanto alla lavagna e tra le righe delle nostre surreali versioni dei fatti sommessamente firmate a margine del registro di classe, in fondo di quella goliardia non ci siamo dimenticati mai.. Quella che dà fiato bello ai ricordi di quando a galoppare per i banchi con quella freschezza non erano loro, ma noi.
Se qualcuno tra i colleghi l'ha fatto o non l'hai mai gustata, c'è sempre tempo per rimediare..
319 alle 19:45
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domenica, marzo 19, 2006
Che beffa quando mentre sei dentro la vita, il suo opposto tesse lenta una tela invisibile e trasparente, che non ti è dato di localizzare, per fartici finire dentro intrappolato e risucchiarti nel vuoto di un buio che a nessun essere vivente è mai stato dato di conoscere per poi raccontare di aver conosciuto. Che beffa quando hai solo 40 anni e accade in un istante, quando il tonfo è come un comico amaro cadere dalla sedia inaspettato col pubblico che resta in bilico tra il ridere e l'immediato silenzio quando capisce che ti sei fatto male davvero, e che non ti riesci ad alzare per riderne anche tu con gli altri che ti hanno visto.
Di quale enorme insensatezza poi ha il sapore dell'esistenza, che suona quasi come un panno steso ad asciugare su un filo spinato, che punge e che tradisce se compi un movimento inatteso che all'apparenza non avresti detto così denso del potere di un non ritorno. E di quale gigantesca contraddizione poi rimbombano luci e il fragore dei più piccoli movimenti quotidiani, delle consuetudini, dei ritmi e dei soliti gesti, contro l'immobilità e il suo buio e il suo silenzio dell'istante esatto in cui in quella rete vi cadi al centro, senza più alcuna possibilità di raggiungerne gli estremi per aggrappartici come su una piccola scala e per risalire la china.
Quanto è grande il potere di ciò che più ignoriamo e il cui crudele mistero ci è dato di non sapere. Grande così tanto che anche chi non ve ne è direttamente coinvolto, resta per un attimo in forse ed in dubbio sull'esatto senso dei giorni che si accavallano e rincorrono con frenesie che suonano in quell'istante così bislacche e inconsistenti, così inconcludenti ed inutili, come lo zoom mentale su una penna lasciata su una scrivania che verrà impugnata dal vuoto o dai ricordi che suoneranno una musica del passato, o come il pullover buttato sulla sedia accanto all'anta dell'armadio semiaperta con le giacche pesanti di oggettini diversi che resteranno così o che verranno gettati via..
Dedicato al dolore di un amico
e a quel grande puzzle che,
se si ci ferma un po' a volerlo districare,
ci respinge indietro con la forza crudele
dei suoi ritmi in contraddizione.
319 alle 12:27
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lunedì, marzo 13, 2006
"Noi siamo per la pace e per la libertà di pensiero".
Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti Italiani.
"I centri sociali sono apartitici, essendo espressione civica della comunità. Ebbero il loro boom negli anni Ottanta e nacquero dall’esigenza di vasti settori dell’antagonismo diffuso di socializzare, di avere uno spazio in cui esprimersi, di scambiarsi esperienze e modelli comportamentali differenti aprendo il dibattito anche su modelli societari futuri. I centri sociali sono un luogo di frontiera che cozza con le contraddizioni espresse dal modello sociale in cui viviamo e si scontrano con le macroscopiche ingiustizie e gli efferati abusi perpetrati da un modello di sviluppo basato su disuguaglianze sempre più marcate e profonde. I centri sociali traggono linfa vitale da un'idea alternativa del territorio e della sua fruizione e si pongono come luoghi di aggregazione politica avulsi da ogni logica partitica, capaci di proporre e praticare, ovviamente con i dovuti limiti, alternative credibili. Quello che più sorprende e infastidisce i potenti è la capacità di costruire identità ed aggregazione al di fuori delle forme codificate di appartenenza. In questi luoghi il teatro, le arti visive, la poesia, la musica acquistano un valore di godimento slegato dal mercato. I centri sociali sono anche laboratori in cui sperimentano, praticandoli, modelli sociali alternativi e forme di socializzazione differenti da quelli proposti dai mass-media e dai guru in doppiopetto. Laboratori che si mischiano alla vita corrente con le sue contraddizioni e i suoi conflitti. I frequentatori del centro sociale lo fanno proprio, lo curano, lo difendono, lo vivono. I centri sociali sono strettamente collegati al territorio ed assumono un ruolo propulsivo rispetto alle iniziative politiche. La realtà che non va giù ai professionisti della politica è che sono frequentati e gestiti da menti libere e non assoggettabili che rivendicano l’autonomia dei propri percorsi e sviluppano relazioni non mercantili ma radicalmente democratiche. Quanto scritto finora non è certo esauriente come spiegazione di cosa sia un centro sociale ma crediamo che sia comunque necessario aprire una nuova fase nelle città che li ospitano, allargando la discussione nella società civile ed aprendo un canale tra società e politica. Crediamo che sia importante riproporre una discussione sul fare un centro sociale in cui si cerchi di attuare subito una società nuova. Quindi fare società, dare vita ai sogni, aprire spazi di confronto, di impegno, di passione. All’ingresso di uno dei nostri centri sociali vi è una scritta che dice: “Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo”.
Così recita orgoglioso un testo di presentazione di un centro sociale italiano, simpatizzante come tutti gli altri dei No-Global di Caruso di Rifondazione della Genova con gli estintori in mano e ai Comunisti Italiani di Diliberto che bruciano le bandiere d'Israele e Stati Uniti, tutti insieme appassionatamente a sostenere l'Unione senza i quali, percentuali alla mano, non potrebbe raggiungere la maggioranza in caso di vittoria.
Milano, 11 marzo, Corso Buenos Aires: così il testo suddetto viene tradotto in pratica per avversare con minuziosa pianificazione un corteo di destra, il tutto davanti ai bambini che festeggiavano il loro compleanno nel vicino McDonald's fatto a pezzi. Non credo regga più molto la litania che "son solo una piccola frangia", che "i leader dell'Unione hanno condannato in massa l'accaduto" e che "in fondo sono così tanto tanto pochi e ininfluenti". Lo striscione di protesta degli amici dei ribelli ora al fermo dichiara e rivendica: "Umiliazioni, violenze e infamità.. chi nega la libertà è il vero criminale".
319 alle 20:24
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domenica, marzo 05, 2006
Dietro i titoli di coda di uno spot e fra le sue note in sottofondo, poi si scopre per caso che c'è la storia bella di un uomo speciale.
"Iz" lo chiamavano il gigante gentile ed era uno dei pochi purissimi hawaiani rimasti al mondo. Israel "Iz" Kamakawiwo'ole era un uomo buono, ottimista e molto legato alla sua terra, per la quale condusse tante battaglie in nome dell'indipendenza e della libertà. Iz combatteva con suoni dolcissimi e con la forza del contrasto che nasceva dall'insolito incrocio tra la forza delle sue parole cantate e la tenerezza della sua voce che le diffondeva e veicolava.
Iz era un fedele sostenitore dell'idea che la sua patria, con la nobile toccante storia della sua ultima regina che preferì soccombere piuttosto che mandare a morte la sua gente, doveva a pieno diritto riprendere il suo seguito naturale, così pieno di ricchezze antiche ridipinte sui profili dei curiosi volti dai nativi dai tratti così poco occidentali e così tanto più simili a quelli degli Indiani d'America e degli Inuit dell'Alaska, altro stato americano - il 49esimo annesso - come le Hawaii - il 50esimo - non contiguo. Lo fece sussurrando splendidi suoni intersecati alla melodia suonata col piccolo ukulele, reinventando con semplicità nenie come questa che scorre, l'Over the rainbow del "Mago di Oz" così spesso violata da rumorosi moderni arrangiamenti fin troppo elettronici e così diversa e lontana dal manipolato e dall'artefatto se resa dal suono autentico di una sola voce fusa con l'ukulele e con le parole semplici di un'altra meraviglia della musica, quel What a wonderful world che sogna un mondo colorato e diverso.
La gente che lo ascoltava man mano che quella purezza vocale prendeva corpo, s'incantava dimenticando le forme tristi e di così lontana presenza scenica di quello strano menestrello di una civiltà spezzata dalla storia, e si perdeva realmente nella limpidezza della musica. Non vedeva più l'uomo nato pieno di disfunzioni tali da trasformarlo negli anni in un gigantesco corpulento mostro di 280 kg, così poco adatto al palcoscenico e allo spettacolo dei patinati atletici ricostruiti con fior di miliardi dalla più abile chirurgia plastica, ma assaporava l'autenticità più piena e più perfetta della musica volta a trasmettere semplicemente la musica o semplicemente se stessi coi propri sogni.
Il suo sogno era ridare dignità ad un popolo indigeno divenuto nei secoli poco più che un abbellimento scenografico di qualche rivista esotica per turisti, e riconsegnare prestigio alla mercificata Honolulu e le chiavi del regno alla degradata ed umiliata Lahaina, l'ex capitale sede del palazzo della regina col suo campo sacro ora ridotto a un parcheggio per i mastodontici fuoristrada dei turisti..
La voce del gigante gentile che accompagnava gli spettatori di un cinema verso l'uscita nei titoli di coda di un film o che culla adesso in sottofondo e in un tempo assai lontano le movenze di un'auto fiammante pubblicizzata nelle pause di uno spettacolo in tv, si spense quasi 10 anni fa per problemi respiratori legati a quella oscena disfunzione che lo portò a non vivere oltre i 38 anni d'età, nell'immobilità senza ritorno stretta e costretta in quegli esagerati ormai 320 chili di peso dei suoi ultimi mesi. Più di 10 milioni di persone in tutto l'arcipelago si raccolsero intorno a quel grande ricordo di una persona buona e semplice, di un musicista puro e delicato, e di un pacifista indipendentista orgoglioso di appartenere ad un'etnia vituperata da mire espansionistiche che mai gridò la sua pretesa di libertà attraverso proclami urlati e fumosi violenti cortei, ma solo attraverso la forza delle parole e l'eleganza semplice della sua musica che ora, dopo anni, approda tra le melodie più ascoltate e ricercate qui in Italia e in tutto il mondo. Che se ne ricerchi anche il senso che le sottende.
319 alle 19:57
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